“Papà ma tu sei un assassino?”. Così cambiò la vita dell’uomo che costruiva le mine

Fu il primo e unico imprenditore del settore a metterci la faccia. Sapeva già cosa aspettarsi. «La platea era infuriata con me». Non era impreparato. E non provò a cercare attenuanti.

La domanda del figlio

Un paio di anni dopo, nel 1993, Fontana chiuse l’attività di famiglia che aveva ereditato da suo padre. Dopo Don Tonino, fu decisivo il dialogo con suo figlio di dieci anni, che gli aveva domandato “Ma allora sei un assassino?”.

Da “minatore” a “sminatore”

Quando si assicurò che nessuno dei suoi dipendenti sarebbe rimasto senza un reddito, la Tecnovar si consegnò alla storia. Dalla sua Vito ha avuto la moglie, anche quando si decise ad afferrare la cornetta per candidarsi a un ruolo da sminatore nell’ex Jugoslavia. Lo presero subito. Intanto aveva collaborato alla stesura della Convenzione di Ottawa firmata nel 1997 per la proibizione delle mine antiuomo.

Il viaggio nei Balcani

Ma è una volta sbarcato nei Balcani che Vito ha potuto comprendere che le trovate di un ingegnere che progetta nuovi ordigni sono nulla al confronto della perfidia di chi le mine le piazza in modo da non lasciare scampo.

Dal 1999 al 2012 ha collaborato con l’organizzazione umanitaria Intersos allo sminamento in Bosnia. «Abbiamo trovato ordigni collegati all’elettricità di case abbandonate, per colpire i profughi che sarebbero rientrati dopo la guerra».

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Il rosario

Quando Vito e la sua squadra erano andati a bonificare, scoprirono che in realtà non era stato interrato neanche un ordigno, «ma la paura aveva impedito ai cattolici di tornare nelle loro case». Quella volta tra le rovine e i campi non scovarono neanche una maledetta mina, «ma trovammo un rosario». A distanza di anni, dopo avere messo al sicuro uno dei posti più insicuri del mondo, Vito non ha dubbi: «Quel rosario era lì per dirci che mentre noi tutti ci eravamo spersi, Lui era rimasto lì»(Avvenire, 3 aprile).