Quelle parole dimenticate di Giovanni Paolo II su islam e migranti

 

Come ha giustamente ricordato Alfredo Mantovano commentando su questo giornale il Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018, i documenti ecclesiali vanno sempre letti alla luce degli interventi precedenti del magistero sullo stesso argomento. Potrebbe allora non essere inutile rileggere alcuni passaggi dell’esortazione apostolica post sinodale Ecclesia in Europa, pubblicata il 28 giugno 2003.

In essa, a tutti gli effetti una summa del suo magistero, l’allora Pontefice Giovanni Paolo II tracciò con la consueta lucidità e visione profetica un quadro preciso e per certi aspetti drammatico della situazione del cristianesimo in Europa, soffermandosi sulle varie sfide che la chiesa era chiamata a fronteggiare. Poiché il tema dei migranti non può, per ovvi motivi, essere trattato separatamente da quello più generale del rapporto con l’islam, vale la pena soffermarsi sui passaggi dell’esortazione dove il santo Papa polacco affronta le succitate questioni. A proposito dell’islam, Wojtyla affermava: “Si tratta pure di lasciarsi stimolare a una migliore conoscenza delle altre religioni, per poter instaurare un fraterno colloquio con le persone che aderiscono ad esse e vivono nell’Europa di oggi. In particolare, è importante un corretto rapporto con l’islam. Esso, come è più volte emerso in questi anni nella coscienza dei vescovi europei, ‘deve essere condotto con prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti di tutti i suoi figli’. E’ necessario, tra l’altro, avere coscienza del notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano. A questo riguardo, è necessario preparare adeguatamente i cristiani che vivono a quotidiano contatto con i musulmani a conoscere in modo obiettivo l’islam e a sapersi confrontare con esso; tale preparazione deve riguardare, in particolare, i seminaristi, i presbiteri e tutti gli operatori pastorali”.

Ecco un primo elemento di riflessione. Wojtyla parla di un rapporto con l’islam che dev’essere “corretto”, condotto con “prudenza”, avendo coscienza del “notevole divario” tra la cultura europea – “che ha profonde radici cristiane” – e il pensiero musulmano, e improntato a una conoscenza “obiettiva” dell’islam: viene spontaneo chiedersi se tale approccio sia ancora ritenuto valido in certi ambienti ecclesiali, oppure no. Ma andiamo avanti.

“E’ peraltro comprensibile – prosegue il Papa – che la chiesa, mentre chiede che le istituzioni europee abbiano a promuovere la libertà religiosa in Europa, abbia pure a ribadire che la reciprocità nel garantire la libertà religiosa sia osservata anche in paesi di diversa tradizione religiosa, nei quali i cristiani sono minoranza. In questo ambito, “si comprende la sorpresa e il sentimento di frustrazione dei cristiani che accolgono, per esempio in Europa, dei credenti di altre religioni dando loro la possibilità di esercitare il loro culto, e che si vedono interdire l’esercizio del culto cristiano” nei paesi in cui questi credenti maggioritari hanno fatto della loro religione l’unica ammessa e promossa. La persona umana ha diritto alla libertà religiosa e tutti, in ogni parte del mondo, “devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana”. Ecco un altro spunto importante e attualissimo: la libertà religiosa non può essere a senso unico, e la chiesa ha tutto il diritto/dovere di ribadire che ci dev’essere reciprocità da parte di quei paesi dove i cristiani sono minoranza.

 

Le sfide dell’evangelizzazione

Veniamo ora al tema dell’immigrazione. Qui Wojtyla dice innanzitutto che tra le sfide dell’evangelizzazione vi è “il crescente fenomeno delle immigrazioni, che interpella la capacità della chiesa di accogliere ogni persona, a qualunque popolo o nazione essa appartenga. Esso stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile”. Per poi aggiungere: “E’ responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi”. Di nuovo, verrebbe da chiedersi se termini come “controllo” (dei flussi migratori), “rispetto” (delle leggi) e – udite udite – “repressione” (degli abusi), siano ancora parte della sensibilità ecclesiale. Altro termine spesso usato da Wojtyla è “integrazione”, che nella sua visione fa tutt’uno con il rifiuto dell’indifferentismo: “Occorre pure impegnarsi per individuare forme possibili di genuina integrazione degli immigrati legittimamente accolti nel tessuto sociale e culturale delle diverse nazioni europee. Essa esige che non si abbia a cedere all’indifferentismo circa i valori umani universali e che si abbia a salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione. Una convivenza pacifica e uno scambio delle reciproche ricchezze interiori renderà possibile l’edificazione di un’Europa che sappia essere casa comune, nella quale ciascuno possa essere accolto, nessuno venga discriminato, tutti siano trattati e vivano responsabilmente come membri di una sola grande famiglia”. Ultima, ma di non minore importanza, la raccomandazione rivolta ovviamente in primis alla chiesa in merito ad un fenomeno spesso e volentieri sottaciuto ma che evidentemente Wojtyla aveva ben presente: “In particolare, si ricordi di dare una specifica cura pastorale all’integrazione degli immigrati cattolici, rispettando la loro cultura e l’originalità della loro tradizione religiosa. A tale scopo, sono da favorire contatti tra le chiese di origine degli immigrati e quelle di accoglienza, così da studiare forme di aiuto, che possano prevedere anche la presenza, tra gli immigrati, di presbiteri, consacrati e operatori pastorali adeguatamente formati provenienti dai loro paesi”. Un ammonimento necessario e quanto mai attuale non solo per ricordarci che esistono anche migranti cattolici, ma anche perché da che mondo è mondo una madre deve avere cura prima di tutto dei propri figli, poi del resto.

 

di Luca Del Pozzo