Nel pieno di questo terremoto, mi giunse un invito inaspettato: un viaggio per Medjugorje. Fu mia sorella a propormelo. Anche lei non era una fan della Chiesa, non estremista come me, ma quel che bastava perché la sua proposta mi spiazzasse. Me lo chiese poiché vi era stata qualche mese prima con un gruppo di amici: ci andò per curiosità e ora voleva condividere con me questa esperienza che, a detta sua, era stata rivoluzionaria.  Mi ripeteva spesso “tu non sai cosa vuol dire” a tal punto che accettai. Volevo proprio vedere cosa ci fosse. Di lei mi fidavo, sapevo che era una persona ragionevole e dunque qualcosa doveva averla toccata. Comunque, rimanevo della mia idea: dalla religione non poteva giungere nulla di buono, tantomeno da un posto dove sei persone dichiaravano di avere delle apparizioni che per me significava una banale suggestione collettiva.

Con questo mio bagaglio di idee, partimmo. Ed ecco la sorpresa. Ascoltando il racconto di chi stava vivendo questo fenomeno (i diretti protagonisti, gli abitanti del posto, i medici che avevano condotto analisi sui veggenti), mi resi conto dei miei pregiudizi e di come questi mi rendessero cieca e mi impedissero di osservare la realtà per ciò che era. Ero partita ritenendo che a Medjugorje fosse tutto finto semplicemente perché per me la religione era finta e inventata per opprimere la libertà di popoli creduloni. Eppure, questa mia convinzione dovette fare i conti con un fatto tangibile: lì a Medjugorje c’era un flusso oceanico di persone che accorrevano da tutto il mondo.  Come poteva essere finto questo evento e rimanere in piedi per più di trent’anni?

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Una menzogna non ha lunga durata, dopo un po’ emerge. Invece, ascoltando molte testimonianze, la gente tornando a casa continuava un percorso di fede, si accostava ai sacramenti, situazioni famigliari drammatiche si risolvevano, malati che guarivano, soprattutto dalle malattie dell’anima, come quelle che comunemente chiamiamo ansie, depressioni, paranoie, che spesso spingono al suicidio. Cosa c’era a Medjugorje tanto da ribaltare la vita di quella moltitudine? O meglio: chi c’era? Lo scoprii ben presto. Lì c’era un Dio vivo che si occupava dei suoi figli attraverso le mani di Maria. Questa nuova scoperta si concretizzò con l’ascolto delle testimonianza di chi era passato in quel luogo e aveva deciso di rimanere per prestare servizio in qualche comunità e per raccontare ai pellegrini come questa Madre operi laboriosamente per togliere i propri figli dall’inquietudine. Quel senso di vuoto che mi accompagnava era uno stato dell’anima che potevo condividere con chi aveva vissuto esperienze simile alle mie, ma che a differenza di me, aveva smesso di vagare.

Da quel momento, iniziai a pormi dei quesiti: Qual era la realtà in grado di portarmi ad una piena realizzazione? Lo stile di vita che avevo intrapreso corrispondeva effettivamente al mio vero bene oppure era un male che aveva contribuito a sviluppare quelle ferite dell’anima? A Medjugorje avevo fatto un’esperienza di Dio concreta: la sofferenza di chi aveva vissuto un’identità frantumata era anche la mia sofferenza e l’ascolto delle loro testimonianze e della loro “resurrezione” mi aveva aperto gli occhi, quegli stessi occhi che in passato vedevano la fede con le lenti asettiche del pregiudizio.  Ora, quell’esperienza di Dio  che “non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e non nella disperazione” iniziata a Medjugorje continuò nella mia vita, frequentando la Santa Messa. Avevo sete di verità e trovavo ristoro solo attingendo a quella fonte di acqua viva che si chiama Parola di Dio. Qui, infatti, trovai inciso il mio nome, la mia storia, la mia identità; poco alla volta compresi che il Signore pone un progetto originale per ciascun figlio, fatto di talenti e qualità che conferiscono unicità alla persona.

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Lentamente, la cecità che offuscava la ragione si sciolse e in me nacque il dubbio che quei diritti alla libertà nei quali avevo sempre creduto, fossero in realtà un male camuffato da bene che impedivano alla vera Francesca di emergere nella sua integrità. Con occhi nuovi, intrapresi un percorso nel quale cercai di comprendere la verità della mia identità. Partecipai a dei seminari pro-life e lì mi confrontai con chi aveva vissuto esperienze simili alla mia, con psicoterapeuti e sacerdoti esperti sulle tematiche legate all’identità: finalmente, ero senza lenti teoriche e vivevo la realtà. Infatti, qui misi insieme i pezzi di questo intricato puzzle che era diventata la mia vita: se prima i pezzi erano sparsi e incastrati in malo modo, adesso stavano assumendo un ordine tale per cui iniziavo a intravedere un disegno: la mia omosessualità era stata la conseguenza di una identità tagliata del femminismo e dell’aborto. Proprio ciò in cui per anni avevo creduto potesse pienamente realizzarmi, mi aveva uccisa, vendendomi menzogne spacciate per verità.

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Partendo da questa consapevolezza, iniziai a  riconnettermi con la mia identità di donna, riprendendo ciò che mi era stato rubato: me stessa. Oggi sono sposata e al mio fianco cammina Davide che mi è stato vicino in questo percorso. Per ciascuno di noi esiste un progetto creato da Colui che é l’unico in grado di guidarci realmente a ciò che siamo. Tutto sta nel dire il nostro sì come figli di Dio, senza avere la presunzione di uccidere quel progetto con false aspettative ideologiche che mai potranno sostituire la nostra natura di uomini e donne.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana