L’amore per il prossimo e per la Madonna. Anche nei lager. È beato Teresio Olivelli

Teresio Olivelli, martire partigiano originario di Bellagio (Como), morto in Germania in un campo di sterminio nel 1945, è finalmente beato.

In una cerimonia imponente sabato 3 febbraio, Olivelli, comasco di nascita ma cresciuto a Mortara (Pavia), viene innalzato agli onori degli altari.

La cerimonia al palasport di Via Cappuccini a Vigevano (Pavia) – sede vescovile della diocesi di cui fa parte Mortara – il cui inizio è previsto alle 10.30, è officiata dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e nell’occasione rappresentante del Santo Padre, e concelebrata da 18 vescovi, tra i quali l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini; il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni e l’Ordinario Militare, monsignor Sante Marcianò. E’ attesa la partecipazione di almeno 3.500 persone.

La causa di beatificazione di Olivelli incentrata sul suo martirio, è in corso dal 1987 e un decreto di Papa Francesco dello scorso 16 giugno ha ufficializzato il termine di questo percorso.

Assistente universitario

Studente liceale a Vigevano, aveva poi frequentato l’università a Pavia dove si era laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti diventando subito assistente della cattedra di diritto amministrativo dell’ateneo di Torino.

La campagna di Russia

Nel 1941, dopo un soggiorno di studio a Berlino, si arruola volontario, dopo che la famiglia gli aveva impedito di partire per stare vicino alla Chiesa di Spagna durante la guerra civile degli anni Trenta, e viene inviato anche sul fronte russo. Tra i pochi superstiti della disfatta militare italiana torna in Italia ma viene arrestato una prima volta il 9 settembre 1943.

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Carcere e lager

Riesce però a fuggire ma viene nuovamente arrestato il 27 aprile 1944 a Milano e inviato al campo di concentramento di Fossoli, dove scampa alla fucilazione, ma viene inviato nel nord-est della Baviera, a Hersbruck, dove muore a 29 anni il 17 gennaio 1945, stremato dagli stenti e dalle violenze subite.

“Salvare” tutti quelli che può

La sua fine è la tragica conseguenza di una passione che lo caratterizza fin da quando siede sui banchi di scuola: nessuna ingiustizia, nessuna violenza gratuita su un debole, nessuna povertà lo lasciano indifferente. E lui, pur di mettervi fine, si butta a capofitto in ogni genere di situazione; si mette nel mezzo, per “salvare” tutti quelli che può.

Dalla condotta a scuola alla mensa

Lo fa in classe da piccolo, coinvolgendo la maestra quando è necessario, e ritrovandosi per questo un voto in meno in condotta per troppo “interventismo”; continua a farlo negli anni universitari girando per le vie di Pavia, dove studia Legge, o passando di casa in casa per portare cibo raccolto alla mensa tra i compagni.

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Il rosario e il conforto ai malati

Quando sui campi di battaglia si trascina, alla guida del suo battaglione, sulla drammatica strada della ritirata dalla Russia, non esita a fermarsi, a tornare indietro per non perdere chi ha rallentato il passo.

La stessa cosa fa nei giorni della detenzione nel carcere di San Vittore a Milano e in campo di concentramento: recita il rosario, prega la Madonna e visita e conforta i malati, incoraggia, e aiuta tutti quelli che può. Alla fine, sono le percosse dei kapo, come punizione per i suoi ripetuti gesti di carità verso i compagni, a provocarne la morte, tanto da farlo additare da moltissimi testimoni come un martire.

Un solo obiettivo: combattere la dittatura

Nessun gesto eclatante lungo i pochi anni di vita, ma un’intensità quasi incredibile di traguardi raggiunti e una costante e inflessibile dedizione alle opere di carità.

Con qualche ingenuità ed errore di valutazione storica, anche, come quando nel suo slancio culturale immagina di poter “riformare” dall’interno e piegare alla verità cristiana la nascente ideologia fascista. Ma quando tocca con mano gli orrori della dittatura, tutte le sue energie si rivolgono a combatterla, a parole (fondando il giornale clandestino Il Ribelle) e nei fatti, partecipando alla Resistenza.

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“Un cristiano scomodo…”

Dice di lui il vescovo di Vigevano Maurizio Gervasoni: «Olivelli viene proposto come esempio di autentico cristiano, che ha anteposto il Vangelo a ogni ideologia, che è stato discepolo innamorato di Cristo e apostolo appassionato della Chiesa. Un fedele laico, socio di Azione Cattolica e della Fuci, la cui fede rigetta qualsiasi forma di male e di violenza. La sua eroica testimonianza cristiana è scomoda e ci scomoda, perché richiama il banco di prova della nostra sequela professata: l’amore incondizionato al prossimo».

“Modello di fedeltà al Vangelo”

Matteo Truffelli, presidente dell’Azione Cattolica Italiana, lo definisce «un giovane brillante e intelligente, un cristiano coerente dalla fede limpida, la cui testimonianza rimane, a oltre 70 anni dalla morte, attualissima e profetica. Teresio Olivelli viene proclamato beato dalla Chiesa e indicato come modello di fedeltà al Vangelo».

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